Percezione dell’istante, illusione e campionamento mentale

Time-Warp-LOGONel post precedente abbiamo visto il parallelo tra i concetti matematici di passaggio al limite e integrale e alcune nostre attitudini mentali.

La realtà è che la nostra percezione della realtà, quella ordinaria e quindi mediata dai sensi, è basata su meccanismi (e uso questo termine a ragion veduta) che trovano un’ottima esemplificazione sia nella matematica che nelle operazioni eseguite da qualsiasi computer. Come detto altre volte, la ragione è da ricercare proprio nel fatto che questi ultimi sono stati progettati sulla falsariga della mente umana, per quanto di essa conosciuta.

Ad esempio, prendiamo una comune videocamera. Per quanto evoluta essa sia, o perfezionato possa essere il modello in nostro possesso, il sistema è sempre lo stesso. Vengono scattate delle fotografie della scena da riprendere in rapida successione (i cosiddetti fotogrammi o frame). Quando questi fotogrammi vengono riproiettati ad un frequenza di almeno 24/25 al secondo, la successione dei movimenti statici viene percepita come movimento continuo dal nostro cervello, in quanto lo stesso non è in grado di distinguere l’uno dall’altro, eventi della durata inferiore al 25mo di secondo circa.

Quando la video camera scatta più di 25 fotogrammi al secondo, e la scena viene riproiettata alla velocità standard, il risultato è che la scena sembra svolgersi più lentamente di quanto accaduto nella realtà. Al contrario, se la videocamera scatta meno di 25 fotogrammi al secondo, quando la scena viene riproiettata ecco che il senso di movimento diventa sempre meno fluido, fino ad arrivare alla percezione di qualcosa che si muove a scatti: un principio sfruttato ad esempio nei film di animazione che usano la tecnoca dello “stop motion” (e infatti, per quanto ci stiano attenti, quando questa tecnica viene utilizzata… si vede!).

La macchina da presa esegue quindi un campionamento della realtà visiva, basato sull’unità fondamentale della durata di circa un venticinquesimo di secondo.

La nostra mente funziona nello stesso identico modo: campiona la realtà ad intervalli definiti, catturando le cosiddette impressioni ad un certo ritmo. Quello che poi accade è che la stessa mente provvede a “montare” la scena in stop motion, e il risultato è quello che noi definiamo, con molto poca approssimazione, “realtà”.

La nostra consapevolezza si accende e si spegne ad intermittenza, producendo delle istantanee della percezione di ciò che ci circonda che, messe poi insieme in sequenza, forniscono l’illusione di continuità.

I buchi tra una percezione e quella successiva, vengono ricreati sempre dalla nostra mente, esattamente con lo stesso sistema di alcuni software: per interpolazione; vale a dire che tra un istante percepito e quello successivo, i fotogrammi intermedi (mai scattati perchè la nostra consapevolezza non aveva schiacciato il pulsante “ON”), vengono creati in modo del tutto probabilistico (e di conseguenza molto arbitrario) dalla nostra mente, che poi ce li ammannisce per veri.

Ecco perchè nessuno vede le cose come chiunque altro e si dice che la percezione della realtà ordinaria non può che essere soggettiva: è la mente a costruire la gran parte di quella che noi scambiamo per realtà e che non è davvero altro che una proiezione della nostra immaginazione, un risultato di un calcolo statistico, per quanto complesso. Ecco quindi che i testimoni di un qualsiasi evento non sono quasi mai d’accordo sull’evento stesso, se non nella sua forma più generale; i particolari (nemmeno tanto raffinati) vengono percepiti per interpolazione tra istanti successivi della realtà e sono quindi completamente diversi per ognuno.

In tutti i percorsi che intendono aumentare la consapevolezza, quello della “fotografia dall’esterno” è uno dei primi e più importanti esercizi proposti.

Questo strumento consente di diminuire l’intervallo di tempo tra un momento di consapevolezza e quello successivo in modo che, tra le altre cose, diminuisca anche il numero di istanti “ricostruiti” per interpolazione dalla mente.

Ma ha anche un altro effetto, di cui parleremo nel prossimo articolo.

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